corteo

ATTENZIONE, LA STAMPA ROMANA RIPARLA DI SANTA MARIA DELLA PIETA’: COSA C’E’ SOTTO?

Commento all’articolo del Messaggero del 24 marzo 2013

 

Il Messaggero sceglie di tornare a parlare del S.Maria della Pietà, rompendo un silenzio della stampa romana durato quasi 3 anni, da quel maggio 2010 quando falli definitivamente l’ipotesi di collocazione di alcune strutture universitarie.

Fino ad allora, i giornali romani, compreso il Messaggero, avevano tirato la volata a quel Protocollo di Intesa che consegnava la maggior parte del Comprensorio alla ASL RME per “premiarla” della sua gestione arbitraria e discutibile. Oltre allo smantellamento (illegale) degli Ostelli, si erano riportati pazienti psichiatrici all’interno dell’Ex Manicomio, privatizzati di fatto spazi come il Pad. 28, riconvertito una serie di edifici senza il previsto e doveroso percorso di pianificazione partecipata (essendo l’area del S.Maria una Centralità Urbana del Piano Regolatore).

Il Campus universitario pubblicizzato tra il 2002 ed il 2010 e mai realizzato fu la truffaldina copertura mediatica alle operazioni che Regione ed ASL fecero con la complicità di Comune e Provincia determinando la situazione attuale descritta dall’articolo.

Ma a dimostrazione della cattiva fede giornalistica c’è il fatto che accanto ad una denuncia doverosa del degrado del parco e di molti edifici, vi è un totale silenzio sui progetti associativi che dal 1995 hanno riguardato il Santa Maria della Pietà, dal Progetto del Coordinamento Città Ideale del 1996 alla Delibera di Iniziativa Popolare firmata da 9000 cittadini nel 2003 che il Comune di Roma non ha mai discusso in violazione del suo stesso Statuto.
E silenzio tombale anche sull’esperienza dell’Associazione Ex Lavanderia, l’unica che ha continuato, in questi anni, a denunciare malagestione e degrado senza alcuna attenzione della stampa romana.
Eppure basta una semplice ricerca su internet digitando “Santa Maria della Pietà” per avere il quadro completo di una storia ben più articolata di come la descrive l’articolo del Messaggero.

Non vorremmo che questa inattesa attenzione, parziale ed incompleta, al degrado del Santa Maria della Pietà avesse come sfondo nuove ipotesi speculative da sempre camuffate con la necessità di “riqualificare” le aree degradate. Magari sulle aree esterne, da sempre obiettivo di politicanti e speculatori.

Associazione Ex Lavanderia

P.S. Abbiamo ricevuto una mail in cui l'autore dell'articolo assicura non esserci alcun secondo fine nell'articolo. Ne prendiamo atto continuando a segnalare la perplessità sulle omissioni significative presenti nel pezzo.


SANTA MARIA DELLA PIETA’ SPRECO SENZA FINE

(Il Messaggero, 24 marzo 2013)

Gli ostelli aperti e subito chiusi, le case dello studente nate sulla carta, il polo culturale solo accennato. Idee. Progetti rimasti a terra già prima di essere messi in piedi. Il Santa Maria della Pietà, la struttura di Monte Mario che fino al 1999 ha ospitato il manicomio più famoso d’ltalia, oggi è un posto che fa paura. Abbandonato. Degradato. Senza cure né attenzione da parte della pubblica amministrazione: su 37 padiglioni totali, 12 sono murati e a rischio crollo, uno luccicante ma non in funzione (avrebbe dovuto ospitare la mensa e il bar) il resto degli edifici sono a disposizione delle Asl Roma E, uno per Antea (centro di cure palliative), uno per il Museo della Mente e qualche altro per la riabilitazione.

IL VIAGGIO

E’ un viaggio surreale quello che si fa all’interno di quello che è, a tutti gli effetti, un parco naturale senza eguali: c’è gente che va a correre (l’area ha una circonferenza di circa di 2,5 km), chi porta i cani, anziani a passeggio e qual-che temerario genitore che prova a portare un figlio per farlo gioca- re. Tutto in barba alle regole minime di sicurezza. Perche in questa area verde, potenzialmente . un gioiello, ci si imbatte in strani incontri: fontane rotte, sedie spaccate e buttate nei giardini, alberi caduti e mai portati via, scale esterne pericolanti di diversi edifici, calcinacci, vetri rotti. Basta un calo di attenzione e tutto può i succedere: l’ingresso della struttura è vietato alle auto - in realta tra chi ci lavora e chi ha necessità particolari come i disabili ne entrano parecchie ed è controllato dalla sorveglianza. Solo che chiunque può entrare a piedi, ed e facile imbattersi in gruppetti di ragazzi che si ritrovano solo per stare in compagnia. Peccato che, ad esempio, ci siano almeno due padiglioni con due aperture ad altezza terra dove si può entrare. Sono caldaie (in disuso o peggio ancora attive) o nicchie ricavate da qualche senzatetto per trovare rifugio. Alcuni palazzi sembrano bombardati, altri hanno un aspetto decente ma sono chiusi. E dalle finestre dentro si vede di tutto: tavoli, sedie, mobili, imballaggi, scatoloni ancora sigillati. E fuori un container per l’immondizia, stracci, mattonelle vecchie.

LA STORIA Dalla legge Basaglia - la 180 del 13 maggio 1978 - fino ai giorni nostri, si sono succedute tante proposte e delibere per riqualificare l’area. Dal 1999, quando si completò il trasferimento dei ricoverati nelle nuove strutture Asl, sul tavolo sono finiti metri di fogli di carta; le ristrutturazioni di cinque padiglioni per convertirli in ostelli della gioventù sotto il Giubileo e il protocollo d'intesa Regione-La Sapienza per alloggi e residenze universitarie, questi i progetti più significativi. Il primo piano è durato tre anni circa, poi la Asl ha smantellato gli ostelli della Gioventù per le proprie sedi. ll secondo, 4 padiglioni per gli studenti universitari (numeri 9, 11, 13 e 15), è rimasto solo un’idea nella delibera della giunta regionale numero 715 del 21 luglio 2007, poi revocata nell’aprile 2011 dal Miur. In mezzo, anche un ricorso al Tar da parte della Asl Roma E e il grido d’allarme, rimasto inascoltato dei residenti. Senza considerare il sasso lanciato da Alfredo Milioni, presidente del Muncipio XIX, che sospetta l’intervento della Corte dei Conti per capire perché, a detta sua, si paghino a un privato 170.000 euro l’anno di affitto. Aspettando che qualcuno trasformi l’ex ospedale psichiatrico da santuario dello spreco a esempio di buona gestione della res pubblica.

Michele Galvani