Vertenza S. M. della Pietà

Campagna "Si Può Fare"

Per il riuso
pubblico, sociale
e culturale
dell'ex manicomio di Roma

Appello alla cittadinanza

Roma, 6 Marzo 2018

Con questo comunicato cerchiamo di riassumere quello che sta succedendo oggi...
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milaniSe voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Read more ...

marco cavallo

MARCO CAVALLO AL SANTA MARIA DELLA PIETA’

Linea 35, Il Festival visionario al S.Maria della Pietà,si concluderà nella serata di domenica. Il successo di pubblico e l’interesse suscitato nella città cresce ogni giorno.
E domenica mattina arriverà Marco Cavallo. Per la prima volta la macchina teatrale realizzata nel Manicomio di Trieste nel 1973 entrerà nell’Ex Manicomio di Roma.
Il simbolo forse più significativo della rivoluzione culturale che permise di ottenere la legge più avanzata del mondo in tema di salute mentale.
L’enorme cavallo di cartapesta invase la città di Trieste rompendo metaforicamente e materialmente i muri che insieme ai matti contenevano le speranze di liberazione di un’intera società.
Oggi i manicomi non ci sono più ma restano e si ripropongono le forme di oppressione e separazione che quei manicomi rappresentavano.
Portando Marco Cavallo in giro per le strade di M.Mario e poi, ad accompagnarci nella conclusione del Festival visionario, intendiamo rievocare e rinnovare quelle istanze che ci parlano ancora come allora di “rapporti liberi tra persone”.
Marco Cavallo, così come i tanti spettacoli teatrali che hanno invaso il S.Maria della Pietà in questi giorni, ci aiuterà a ricordare e rielaborare la storia del Manicomio e della sua liberazione, il senso profondo che rinnovare questa memoria può avere nelle coscienze della nostra città.
Ed anche il senso della nostra lotta per un uso sano di un luogo prezioso come il S.Maria della Pietà.
Illudendoci, forse, che Marco Cavallo possa risvegliare anche in chi gestisce la cosa pubblica un refolo di umanità e di pensiero.
Perché il S.Maria della Pietà poteva essere il centro culturale, creativo, artistico e sociale di una comunità territoriale; poteva e non lo è perché la politica istituzionale senza eccezione alcuna ha voluto ridurre il valore di questi luoghi ad aridi calcoli e scambi di potere.
Producendo, addirittura oltre la stessa consapevolezza, un mostro, quel concentrato di disagio e di malattia che ferisce i simboli e con essi la memoria, il senso delle cose, il valore comunitario dei luoghi, l’anima stessa della città.
Ma la resistenza dell’esperienza dell’Associazione Ex Lavanderia e la grande forza evocativa del Festival Linea 35, stanno a dire che le idee, i desideri, i bisogni ancora hanno la forza di riemergere, in ogni atto umano puro e disinteressato. Domenica nella pancia azzurra di Marco Cavallo.


MARCO CAVALLO - 1973
Marco Cavallo è una macchina teatrale. I matti non lo hanno costruito materialmente, non lo hanno mai toccato. Mentre cresceva la sua struttura in legno, mentre prendeva forma la cartapesta, mentre si plasmava la testa, i matti hanno costruito, senza mai toccare il cavallo, ripeto, qualcosa di più duraturo, di più indefinito. Il colore azzurro. La pancia piena di desideri, dall'orologio di Tinta al porto con le navi della giovinezza di Ondina, dalle tante Marie all'immancabile "fiasco de vin", dalla casa alle scarpe, al volo, al viaggio, alla corsa, all'amico, alla libertà. (...)
Marco Cavallo in testa, in prima fila. Era una limpida domenica di marzo, pulita dalla bora quando Marco Cavallo tentò di uscire dal laboratorio.
Era troppo grande, appesantito dal carico di bisogni, desideri che si portava dentro. Le porte erano strette, provò la porta del giardino, poi la veranda, pensando di saltare la ringhiera. Cercò di piegarsi, di mettersi di taglio, si abbassò, pancia a terra, si ferì. Niente. Restava chiuso dentro. Tutti erano lì a guardarlo: era quello il suo momento. Cominciò a correre nervoso per il lungo corridoio del vecchio reparto "P" trasformato in laboratorio, avanti e indietro, proprio come avevano fatto per anni i malati che lo avevano abitato. Giuliano cercò di calmarlo, dicendo che bisognava aspettare, che forse non era quello il momento, che bisognava avere pazienza. I malati cominciarono a pensare di avere solo sognato, secoli di grigio tornarono nelle loro teste, urla disumane assordarono le loro orecchie. Dino Tinta piangeva. Marco Cavallo, fremendo, testa bassa, cominciò una corsa furibonda, come impazzito, verso la porta principale e, senza più esitazione, oramai a gran carriera, aggredì quel pezzo di azzurro e di verde oltre la porta.
Saltarono gli infissi, i vetri. Caddero calcinacci e mattoni. Marco Cavallo arrestò la sua corsa nel prato, tra gli alberi, ferito e ansimante, confuso all'azzurro del cielo. Gli applausi, gli evviva, i pianti, la gioia guarirono in un baleno le sue ferite. Il muro, il primo muro era saltato.
La prima grande uscita in città, paradossalmente trionfale. Poi, così come era destino, in giro per il mondo. La carica simbolica, certo, l'hanno costruita i matti. (...)
La testimonianza della povertà e della miseria dell'ospedale invase le strade della città portando con sé la speranza di poter stare insieme agli altri in un aperto scambio sociale, in rapporti liberi tra persone.

tratto da: "Non ho l'arma che uccide il leone. Storie dal manicomio di Trieste."
Giuseppe Dell'Acqua. EL Edizioni, 1980 Trieste


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